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Riflessioni degli animatori

A proposito di oralità e della sua utilità, riflessioni a partire da un campo scuola.

di Enrico Noviello
in Vento che canta, a cura di Silvia Bombara e Margherita Vagaggini, 2000.

L'unica richiesta fu che fosse un campo scuola sull'oralità.

Per cinque giorni non abbiamo scritto, corpi in movimento e voci in azione: è questa l'oralità?

W. Ong ricorda che "gli appartenenti alle culture orali primarie - cioè totalmente ignare della scrittura - imparano molto, possiedono e praticano una profonda saggezza, ma non "studiano". Essi imparano mediante una sorta di apprendistato, ascoltando, ripetendo ciò che sentono".

Un'indicazione interessante, che focalizza l'oralità più sul processo di trasmissione che non sull'oggetto, sul "come" più che sul "cosa". E che pone criticamente la questione di cosa voglia dire "conoscenza".

Dunque non abbiamo chiesto ai ragazzi di raccontare storie, magari facilitandoli con le tecniche che conosciamo (e sempre mi sono chiesto se questo non infrangesse le aspettative di alcuni insegnanti). La nostra scelta di team è stata quella di indagare su una conoscenza più vicina al mondo dell'oralità, esperienziale, analogica, narrativa, fortemente radicata nel corpo, fondata sulla presenza.

Corpi in movimento, voci in azione.

Abbiamo corso, suonato, danzato, cantato, urlato, ci siamo persi nel bosco di notte, bagnati nel torrente, sporcati nel fango del prato, scaldati al fuoco della legna che avevamo raccolto, abbiamo osservato tramontare il sole e sorgere le stelle, inseguito il Nord, il Sud, l'Est e l'Ovest, convissuto con una enigmatica principessa muta.

Abbiamo riso, siamo stati in silenzio. Era oralità?

Oralità...

Chiara, animatrice del gruppo, scelse di rimanere con noi per tutti i cinque giorni senza parlare, neanche un momento, neanche la sera nelle riunioni di team. Appariva e scompariva nei momenti più impensabili, con azioni chiare, gesti efficaci. Provocava inquietudine, curiosità, stupore, diffidenza, affetto.

I ragazzi e le ragazze diedero subito un nome a questo personaggio così di confine, così poco riconducibile a esperienze quotidiane: "principessa muta", "signorina", furono i più usati. E il dare nome è il principio dell'esistere, come ci ricorda M. Schneider, a proposito di oralità: "la fonte dalla quale emana il mondo è sempre una fonte acustica, e tutti gli esseri non esistono se non in virtù del fatto di essere chiamati per nome".

Oralità…

Dice Bruce Chatwin: "I miti della creazione di molti popoli narrano di Antenati che nel Tempo di Sogno avevano percorso le terre ancestrali cantando il nome di ogni cosa in cui si imbattevano - uccelli, animali, piante, rocce, pozzi - e col loro canto avevano fatto esistere il mondo".

Ogni giorno per cinque giorni ascoltavamo chi, tra noi animatori, leggeva una storia degli Antenati ai tempi della creazione. Sempre la stessa.

Io ho letto l'ultimo giorno, ma non era veramente leggere, iniziavo la frase, i ragazzi e le ragazze la completavano, dopo quattro sole letture di una storia lunga tre pagine, la conoscevano a memoria.


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