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Mariella, maestra elementare, settembre 2006


Notte buona Anna, notte buona Silvia.
Così molte immagini e pensieri si sono condensati al ritorno dal campo.
Vi abbraccio forte,
Mariella

Mediazioni. Figure in sogno e in veglia da un campo-scuola di accoglienza.

Sogno ponti l’ultima notte di campo-scuola. Un intreccio sospeso di lingue d’asfalto come in quella città invisibile di Calvino fatta di tubi di cui non ricordo il nome.

E’ un’immagine-lampo, di quelle capaci di restituirti in una sola figura il senso di tutta un’esperienza.

In sogno Johanna, una delle mie alunne presenti al campo, mi chiede se posso aiutarla ad attraversare il ponte e io la prendo, piccola e bionda com’è, in una delle mie tasche per percorrerlo. Poi, mentre cammino, mi sfreccia davanti Salvatore, uno dei ragazzi assenti, correndo senza che io possa neanche chiamarlo per nome.

Mediazione. E' un luogo di riflessione-in-pratica attorno a cui mi accorgo di girare da tempo.

Appartengono a questo luogo le figure che mi popolano le notti e i giorni durante il campo-scuola con cui insieme a Caterina, la mia collega, abbiamo scelto di inaugurare quest’ultimo anno insieme ai nostri ragazzi, dedicando all’accoglienza uno spazio e un tempo del tutto fuori dall’ordinario.

Non è stata una scelta facile da difendere. Il costo piuttosto elevato, le famiglie in difficoltà economica, quelle in disaccordo o semplicemente indifferenti alle nostre ragioni, la burocrazia, il clima del dopo attentati di Londra. (Perfino la segretaria, salutandoci il giorno prima di partire, ci chiede di chiamarla appena arriviamo perché “non si sa mai, coi tempi che corrono”).

Eppure, in tempi di incertezza e controllo come quelli che stiamo vivendo, in cui fuori e dentro scuola tutto sembra rimandarci spesso con violenza l’insostenibile peso di responsabilità del nostro mestiere, a noi capita di volercela prendere proprio tutta questa responsabilità e correrne fino in fondo i rischi.

Forse semplicemente perché in questo mestiere non c’è mediazione possibile senza messa in gioco e non c’è messa in gioco senza rischio. Poi perché, se per qualcuno fosse ancora poco, arrischiarsi fa paura ma spesso scopre nuove latitudini.

Quando il giorno della partenza vedo arrivare i ragazzi nell’atrio enorme della stazione Termini la prima cosa che noto è come ciascuna delle loro figure sia piccola ma straordinariamente compatta e luminosa contro lo sfondo colorato e in movimento degli altri viaggiatori. E’ un nuovo sfondo a portare luce e contorni nuovi alle figure di sempre, a volte.

26 settembre, lunedì

Siamo qui a Cenci solo da qualche ora. Dopo pranzo mi richiamano urla di ragazzi e corro a vedere. Lorenzo, che abita insieme alla sua famiglia nella casa-laboratorio, incuriosito dai nuovi arrivati, li cerca piombando direttamente nelle stanze senza troppi convenevoli.

Incalza, spinge, picchia, tasta pazienza e soprattutto spiazza, con la pistola giocattolo stretta in mano e puntata di volta in volta contro qualcuno di loro.

Le ragazze si chiudono in camera, i ragazzi fanno muro e reagiscono. Corrono insulti, lagrime, grida di rabbia, minacce di chiamare i genitori al telefono. Io e Caterina, da una parte, Anna Silvia e Luana, le educatrici del campo, dall’altra, stiamo lì fra loro, ciascuna a proprio modo, col proprio corpo e con le proprie parole.

Allo stesso tempo sappiamo tutte in un modo o nell’altro della necessità di esporli ed esporci a quanto sta accadendo. Nessuna di noi cede alla tentazione di erigere barriere o costruire scorciatoie comode che evitino ai ragazzi o a noi stesse di entrare in contatto con quanto sta avvenendo.

Perché è comunque e nostro malgrado qualcosa di significativo. Ed entrare in contatto-con non è detto che sia sempre felice o indolore. Per fortuna ci sono i ragazzi. Che si spaventano, piangono, insultano, minacciano, trovano soluzioni insperate.

Quando sembra tutto perduto viene fuori da qualcuno la proposta di una ‘partita’ a nascondino. La mano di Lorenzo a cupola sotto cui si fanno avanti i tanti indici degli altri è un’immagine quasi miracolosa che mi si stampa negli occhi mentre un brivido mi percorre le braccia. Al secondo giro riappaiono pure le ragazze.

29 settembre, giovedì

E’ buio. Siamo in fila indiana e siamo diretti al bosco, dove in questi giorni ognuno di noi ha scelto un luogo facendosene casa, e stasera la mostrerà agli altri lungo il tragitto che unisce la casa più vicina a quella più lontana dalla casa-laboratorio.

La mia è la prima, così mi trovo guida inaspettata della fila. Mentre stiamo per partire la sagoma bianca di Luna, il pastore maremmano della casa-laboratorio, si fa vicina e comincia a saltarmi addosso e a mordermi le mani.

Abbiamo giocato più volte in questi giorni, ma il gioco di stasera è più cattivo e gli attacchi non accennano a cessare. Forse è eccitata da questa strana processione. Per un istante lungo non so che fare. Resto immobile, poi le grido basta, mi difendo. Niente sembra fermarla. Mi chiedo cosa può accadere, siamo appena all’inizio. Alla fine il cane si allontana e posso finalmente prendere il passo.

Solo allora mi accorgo del buio. Non si vede a un palmo e la mia casa è lungo un sentiero di bosco stretto fra i rami. Noi grandi apriamo e chiudiamo la fila, i ragazzi sono in mezzo a noi, al sicuro, ma a ogni inciampo, a ogni cespuglio contro il viso, a ogni cambio di direzione cercato a tentoni, li sento lo stesso tremare, resistere, opporre una parola o un gesto sommesso di paura.

Stiamo letteralmente mediando fra loro e la notte del bosco, e ancora oltre fra loro e lo sconosciuto che è tutto attorno e dentro di loro: in questo tempo e spazio di stanotte, di questi giorni insieme, ma anche del tempo lungo del crescere, mutare e separarsi gli uni dagli altri e da noi maestre.

Tutto questo è inscritto nella figura del bosco di notte percorso da una fila di piccoli fra grandi, che è l’azione stessa scelta da Anna e Silvia a convocare e mostrarci con tanta evidenza. E per questo sento nascere gratitudine.


30 settembre, venerdì

Ieri era la giornata dell’impotenza davanti a quello che è irreparabile: che è così e non possiamo cambiare.

Era la giornata del dolore per Fabiana, che da due mesi vive lontana da genitori e fratelli, per Davide, che ha già sulle sue spalle giovani dieci anni di sordità, per Johanna, che non sa che voce ha sua madre. E per Caterina, per me e per chiunque altro di noi o di loro tenga celata in sé la sua pena. Davanti a tanto dolore posso solo esserci, stare con loro. E loro con me.

E’ nella ‘stanza dell’occhio’ che Anna e Silvia lasciano che ci congediamo da qui, in una penombra tonda in cui è facile affidarsi all’abbraccio della linea dell’orizzonte scossa dal vento e alla voce di Silvia che racconta l’ultimo tratto della storia che ci ha accompagnati fino a questo punto.

Quando la storia termina, l’ultima lingua di tempo che ci separa da casa è consumata e non resta che preparare i bagagli. I ragazzi corrono in fretta fuori seguiti da Anna, Silvia, Caterina e Luana.

Restiamo solo io e Francesco, in silenzio. E quando sentiamo che è il momento usciamo, chiudendo dietro di noi la porta e con lei le visioni e le figure balenate in questi cinque giorni e notti.

Con cura, perché stavolta è toccato a noi di esserne custodi un po' più a lungo degli altri.


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