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Educatori ed Artisti per l’integrazione

Manifesto per la promozione culturale e scientifica di un approccio psicofisiologicamente integrato al disagio e alle marginalità sociali

The tree of life, di Hanna Cohoon, 1854



Dal punto di vista del modello Psicofisiologico Integrato, cui ci rifacciamo (V. Ruggieri, 2001) , la scissione tra mente e corpo è solo un preconcetto culturale e scientifico. E’ nostra ferma convinzione che non esistono persone scisse, ma che piuttosto esistono diversi livelli e possibilità di integrazione dell’Io, in quanto unità psicofisica. La convinzione che sia separabile ciò che è mentale da ciò che è corporeo, radicatasi nei vari rami del pensiero accademico e della nostra cultura occidentale, è sostenuta da un’ideologia scientifica e filosofica attentissima ad analizzare e a scomporre l’oggetto dei suoi studi ma incapace, il più delle volte, di assumersi il momento della ricomposizione. Questa fase dovrebbe, invece, avere fondamentale importanza se sinceramente riconoscessimo la natura dialettico sperimentale della Scienza che lega l’ipotesi alla verifica per analisi ed alla sua sintesi. Quando questo processo di conoscenza salta o tralascia uno di questi passaggi rischia di produrre una tale frammentazione dell’oggetto di ricerca da far perdere di vista il fenomeno reale intorno a cui stava indagando. Se l’oggetto di studio e della ricerca scientifica è poi l’essere umano, tutto ciò diviene ancora più grave e ricco di ricadute sul piano culturale e sociale. Il perpetuarsi di un’ottica della scissione, infatti, non fa che restituirci la spiacevole immagine di un uomo e una donna sezionati in parti anatomiche (arti, organi, sistemi, apparati, ecc.) da una medicina applicata sempre più specialistica, e in sfere (cognitiva, emozionale, relazionale, biologica, istintuale comportamentale, inconscia, ecc.) da una psicologia incapace di operare quella integrazione tra modelli, necessaria per restituire alla ricerca umana ed alle sue applicazioni pedagogico riabilitative la dimensione bioesistenziale cui appartiene. Le ricadute culturali sono già sotto gli occhi di tutti. Nelle nostre società, si sta drammaticamente manifestando il diffondersi di un disagio che dà corpo alla scissione col proliferare delle malattie così dette “mentali” e attraverso le gravi forme di devianza giovanile che stanno riempiendo e immobilizzando le nostre istituzioni ed agenzie educative. Il nostro sistema di istruzione e le varie agenzie educative che lo supportano sembrano essere presi in ostaggio da un sistema formativo chiuso in se stesso in cui la ricerca scientifica e la sperimentazione didattico applicativa non sono in grado di alimentarsi reciprocamente. Infatti, se sul piano della ricerca clinica appare oggi in varie forme evidente l'urgenza di un modello psicofisiologico integrato che possa dare risposte efficaci alle nuove sintomatologie e patologie generate dal nostro sistema sociale, dal punto di vista pedagogico educativo esiste ancora una carenza formativa che non permette di recuperare un’idea di sviluppo e crescita umana che rispetti la complessità di un Io il cui corpo è una struttura psicofisica e la cui flessibilità e coesione dipendono da un continuo e delicato processo di integrazione.

La nostra proposta

Riuscire a promuovere, tra insegnanti ed educatori, una lettura psicofisiologica dei meccanismi che consentono i processi dell’attenzione e dell’apprendimento ci sembra un primo passo indispensabile nell’ambito della loro formazione e del loro aggiornamento. Riteniamo infatti che sia necessario porre rimedio ad una prassi, più volte da noi riscontrata, che innesca un meccanismo perverso nella relazione educativa: troppo spesso l’educatore percepisce come distoniche quelle risposte dei suoi interlocutori che non confermano un modello evolutivo astrattamente acquisito. Di conseguenza tende a negarle o a controllarle relegandole nell’ambito del disturbo e, quando esse sono reiterate, a incanalarle verso la sfera di competenza dello psicologo, accettando e avallando un iter divenuto ormai burocratico e disumanizzante.

E’ nostra intenzione quindi realizzare, nell’ambito della prevenzione primaria, corsi di formazione ed di aggiornamento che permettano agli operatori e alle operatrici di creare contesti educativi e didattici adeguati a un modello di sviluppo evolutivo armonico che rispetti le potenzialità umane, restituendo, alle differenze riscontrabili nei processi individuali, valore di risorsa e non di limite o di ostacolo all’indagine scientifica e/o alle sue applicazioni pedagogico-educative. Tale obbiettivo sarà supportato da attività formative che facilitino nei partecipanti e nelle partecipanti la possibilità di entrare in contatto con i propri limiti-confini e con le proprie possibili rigidità a partire dalle concrete difficoltà di integrazione incontrate nei contesti educativi e professionali in cui agiscono

Arte, Educazione e Terapia

La particolare capacità che l’essere umano ha di immaginare se stesso, gli offre una gamma ricchissima, anche se finita, di possibilità espressive e comunicative che prendono forma attraverso il suo corpo che è al tempo stesso struttura e processo della sua identità. Questo può avvenire solo grazie a quella spinta narcisistica verso la coesione che sostiene il nucleo psicofisico di base dell’Io nel suo continuo processo di integrazione delle sub identità che via via acquisisce e sviluppa nell’incontro con i vari contesti sociali attraverso ruoli, condizioni, e caratteristiche personali. L’esito di tale integrazione permette il vissuto di continuità (storia) e coerenza di ciascun individuo. L’Io si sviluppa e si amplifica attraverso la sua capacità di elaborare tecniche e linguaggi espressivi e comunicativi sempre più ricchi e differenziati a condizione che riesca ad integrarli, come livelli funzionali, nel suo nucleo psicofisico di base. Ciò che ci spinge e ci permette di immaginare è infatti il primo limite con cui entriamo in contatto: i confini del nostro corpo. La progressiva consapevolezza e il piacere di avere confini hanno le loro radici nei modelli di contatto che la madre e il bambino o la bambina stabiliscono durante le prime fasi dello sviluppo narcisistico. Queste modalità si stabilizzeranno poi come veri e propri schemi e stili di contatto, con se stessi e con l’ambiente, durante il processo di individuazione. Là dove questo processo non si verificasse perché interrotto o inficiato ci troveremo di fronte ad un Io fragile ed impotente a livello espressivo e progettuale perché incapace di integrare il suo piano immaginativo con quello dell’azione e della sua programmazione.

A questo proposito il processo artistico, nella sua produzione diversificata di linguaggi e possibilità espressive, può divenire un valido veicolo di trasformazione, se ancorato ad un metamodello in grado di contestualizzarlo negli ambiti dell’intervento pedagogico e riabilitativo come metafora concreta delle fasi di un vero e proprio processo di individuazione. Qualsiasi atto di creazione infatti presuppone una relazione virtuosa e coerente con l’atto immaginativo. I nostri strumenti formativi e terapeutici si avvalgono per questo motivo, con uso accuratamente mirato, di quelle ricerche, tecniche e tradizioni artistiche che storicamente si sono fatte carico della questione pedagogico educativa nei propri modelli di trasmissione e di creatività

In questa idea di creatività l’arte, più che un fine, costituisce un veicolo per entrare in contatto con se stessi e con gli altri. Si attribuisce al processo necessario per creare, un valore maggiore di quello dato al prodotto artistico che ne scaturirà.

Questa distinzione è necessaria, a nostro avviso, perché quando ci si avvale di tecniche e modalità espressive con un fine formativo-educativo e/o terapeutico, bisogna avere estrema consapevolezza della delicata relazione che ciascuna persona vive tra l’immaginario di sé e l’espressione reale che di sé può permettersi; attraverso l’accesso ad alcune modalità di creazione è infatti possibile entrare in contatto, potremmo dire diretto, con la dimensione narcisistica e quindi con quel processo nucleare che dà struttura all’identità di una persona. L’esperienza della danza, del teatro, della musica e di altri linguaggi o tecniche artistiche possono favorire un incontro concreto con i propri limiti psicofisici a partire dalla consapevolezza di avere confini corporei. Integrarli facendoli divenire risorse espressive e comunicative può permettere di superare una concezione immatura e onnipotente di libertà individuale. L’arte ci offre una lente d’ingrandimento su tale processo perché ne amplifica l’evidenza. L’idea che improvvisare o creare spontaneamente, infatti, sia solo fare ciò che si vuole quando si vuole è ingenua e nemica della qualità in qualsiasi forma d’arte. In realtà un artista valido, e soprattutto sincero, sa bene che dietro l’apparente spontaneità e semplicità di un suo gesto si celano anni di dedizione ad una tecnica che la sua maestria ha reso ormai invisibile; questa costituisce la sua struttura espressiva, la base su cui si appoggia per creare. Non esiste né libertà ne creatività in assenza di struttura. Nel nostro modello formativo e terapeutico tale principio diviene fondamentale per orientare l’intervento. Attraverso tecniche di movimento e drammatizzazione e attraverso strutture ritmiche che creiamo e fissiamo con i gruppi di partecipanti è possibile assistere al lento fiorire di improvvisazioni individuali che non rompono la struttura e l’equilibrio creati, ma l’utilizzano piuttosto come base sicura, appoggio da cui è possibile esprimersi con maggior libertà e piacere. Le nuove possibilità espressive e di relazione che si verificano nei gruppi permettono di sperimentare dinamiche di sincronicità, empatia ed armonia, che possono dar luogo ad esperienze estetiche, sia in chi le vive, sia in chi le osserva. Cosa che ha grande rilevanza nel percorso di apprendimento e di sviluppo perché il piacere costituisce un importante modulatore del processo di adattamento.

L’arte come veicolo per dar voce alle condizioni di disagio e trasformarle in risorsa culturale per la crescita umana della società.

La convinzione antropologica che l’arte nasca come necessità dell’uomo e della donna di esprimere e dar forma al proprio disagio esistenziale è stata a lungo dibattuta e criticata. Lungi dal volere entrare in questa diatriba che si limita spesso alla superficiale polemica se l’artista debba essere o no necessariamente disperato e reietto per produrre opere d’arte degne di questo nome, vorremmo porre invece in evidenza alcune convinzioni maturate nella nostra pratica educativa e arteterapeutica e che costituiscono i presupposti del nostro intervento. Quello che proponiamo infatti è la necessità di un profondo cambiamento di ottica nel modo in cui ci siamo abituati a guardare il disagio e le culture della marginalità che la nostra società sta producendo e purtroppo alimentando.

Nell’incontrare i così detti portatori di handicap, collocati ai margini dal nostro modello sociale e produttivo, ci siamo sempre più resi conto che essi sono sì portatori, ma delle paure e del disagio che i così detti normali proiettano su di loro poiché non sono in grado di accettarne per sé l’esistenza e il vissuto che ne deriva. L’illusione che siano handicap solo quelli visibili in superficie sta nutrendo gli esseri umani di cultura occidentale con un latte sterile e inacidito. Quelle persone che mostrano, negli spazi che vengono loro aperti dal nostro lavoro, il proprio handicap sono spesso, a nostro avviso, un passo più avanti rispetto a chi crede di non averne nessuno. Crediamo che sia scientificamente e culturalmente importante esplicitare che gli handicap altro non sono che una manifestazione dei limiti con cui è necessario misurarsi nel processo di crescita comune a tutti gli esseri umani. Per fare questo è necessario, però, innanzitutto riconoscerli. L’impossibilità di esprimere alcune o molte delle potenzialità personali e umane dipende spesso dalla sottovalutazione o dalla sopravvalutazione dei propri limiti e confini, ma soprattutto dalla non accettazione di averne. In questo senso il disagio vissuto da chi è definito come portatore di handicap (di qualsiasi tipo esso sia) ha molto da insegnarci. Possiamo imparare da queste persone che è possibile integrare i nostri limiti per arricchirci e crescere umanamente persino quando questi mettono apertamente in luce un deficit nella struttura psicofisica della nostra persona. Possiamo scoprire i nostri limiti se siamo disposti a metterci in gioco e non nasconderci più dietro un apparente quanto fittizia patente di normalità.

In questo senso non è quindi importante per noi stabilire se l’arte nasca o no dal disagio, ma siamo sicuri che in quanto processo e strumento di sviluppo culturale essa prenda vita misurandosi continuamente con i limiti che gli esseri umani, nelle differenze individuali che esprimono, condividono universalmente per dar forma alle risorse che custodiscono. Da tale punto di vista spesso chi è portatore di un disagio sociale di qualsiasi tipo esso sia, ritrova, nell’esperienza dei vari linguaggi artistici, quel contesto di incontro e integrazione dei propri limiti che l’immaginario sociale e collettivo sembra aver espulso dalla propria identità. Come operatori culturali non possiamo infatti nascondere la meraviglia anche estetica nell’osservare il livello di adesione al processo creativo che queste persone, costrette a misurarsi quotidianamente con l’evidenza di un proprio limite, comunicano nell’esprimersi attraverso un linguaggio artistico. E’ nostro fine primario creare contesti e spazi all’interno delle istituzioni perché si aprano ad una pratica educativa e terapeutica che promuova, avvalendosi dei linguaggi espressivi dell’arte e della creatività, il rispetto e la valorizzazione dei diversi tempi, livelli e modalità nell’integrazione dei limiti psicofisici con cui ciascun individuo ha necessità di misurarsi durante il suo processo di sviluppo e di crescita . Comprendere che ognuno di noi è portatore di limiti che possono tramutarsi da handicap in risorse è il passaggio culturale necessario per un cambiamento di ottica sul disagio, per non relegarlo più, come purtroppo avviene, in una condizione di marginalità immutabile, ma restituirgli il carattere di spinta dialettica ed evolutiva verso nuove possibilità di agio ed adattamento.

Per informazioni e contatti:
Dr. Gerolamo Minasi, tel. 0765 514582


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