Come lavoriamoCreatori burloni e rovesciamenti di storiedi Franco Lorenzoniin Vento che canta, a cura di Silvia Bombara e Margherita Vagaggini, 2000. Desidero raccontare di questo campo qualcosa di personale. Era qualche anno che non animavo più i campi scuola ed è stata l'idea di fare una ricerca intorno all’oralità, complementare a quella di Margherita, che mi ha spinto a parteciparvi. Fin dall'inizio, tuttavia, oltre alla curiosità che mi suscitavano le reazioni delle ragazze e dei ragazzi di Terni, ciò che più mi ha catturato è stata la possibilità di potere osservare da vicino i modi con cui lavoravano e si proponevano le animatrici e gli animatori del gruppo di ricerca educativa, allora alle sue prime esperienze. Sin dal primo momento le animatrici e gli animatori mi sono parsi dei Trikster. Trikster sono i creatori burloni, coloro che scompigliano l'ordine del cosmo. Sono quei personaggi che in molte mitologie assumono il ruolo di mostrare il rovescio delle cose, talvolta arricchendo, talvolta mettendo a soqquadro il mondo nel delicato momento della sua creazione. I Trikster, nella nostra storia, hanno i volti di Chiara, Anna, Enrico, Sara, Barbara, Luca e Antonio, cioè di alcuni componenti del Gruppo di Ricerca Educativa Dulcamara che negli ultimi anni ha cominciato a sperimentare una nuova struttura dei campi scuola. Una struttura che innova e porta avanti una tradizione educativa sedimentata nella casa laboratorio in diciotto anni di esperienze. Tra le caratteristiche degli appartenenti a questo gruppo c'è quella di mettersi in gioco, di credere molto nel valore delle esperienze pratiche, di proporre azioni a piccoli gruppi o azioni corali che possono essere di esplorazione, di movimento o di canto. Hanno poi una caratteristica: quella di parlare poco, o di parlare troppo, e comunque, sempre, di dare un gran peso alle parole e alle immagini che le parole provocano. Questo amore per le parole e per le immagini porta il gruppo - nell'abbozzare il tema, lo sfondo, il contesto che dà vita a ogni campo scuola - ad immaginare una metafora e a prenderla così sul serio da uscire immediatamente dal puro ambito linguistico per darle spazio e sostanza, per incarnarla e darle corpo. Gli ospiti si trovano così di fronte a una metafora che se ne va in giro a piedi nudi, che può avere fame o desiderio di essere accudita, che provoca, che appare e scompare a suo piacimento e che, infine, è capace di guardare negli occhi i suoi creatori, stupiti di ciò che hanno creato. E poiché, nel caso di cui si narra, il campo scuola era dedicato all'oralità nella natura, ecco che dalla natura compare una principessa muta, una ragazza priva di parole, che ha accompagnato tutto il campo con la sua presenza inquietante e misteriosa, talvolta burlesca. Quella della principessa muta - come tutte le storie - era nata da un'altra storia. Una storia che Margherita aveva raccontato alle animatrici e agli animatori del campo qualche giorno prima. Era la storia di una principessa che parlava solo dopo essersi immersa nelle acque di un lago. Non ricordo come accadde la scelta e come una delle animatrici, d'un tratto, precipitò nella parte della muta. Ricordo solo che l'acqua venne, venne in abbondanza il giorno dell'arrivo dei ragazzi e che fu proprio quell'acqua, nel rovesciamento della storia, che tolse a Chiara la parola per cinque lunghi giorni. Parlavo di animatrici e animatori Trikster, all'inizio, perché immaginate l'effetto che ha potuto fare alle insegnanti che accompagnavano i loro allievi in un campo scuola dedicato all'oralità trovarsi di fronte, sin dal primo impatto, con la imbarazzante presenza di chi, ovviamente, comunicava in mille modi, senza rispondere però a nessuna delle domande o aspettative di chi aveva organizzato il campo. E la provocazione di quella particolare presenza e di quegli occhi capaci di sostenere a lungo lo sguardo di chi la osservava cercando di carpirne il segreto, naturalmente è valsa anche per Margherita, suggeritrice della figura della ragazza muta, e per me, che da anni percorro l'incerto territorio dell'oralità. Proprio per tutti, dunque, la presenza di Chiara, assente di parole, provocò non poco sconcerto e parecchi pensieri intorno al vuoto silenzioso che circonda ogni voce e ogni comunicazione. Così il nuovo gruppo di animatrici e animatori aveva attinto in modo autonomo e creativo alla lunga ricerca sul silenzio come possibilità e qualità di incontro con la natura e con se stessi, che da anni ricerchiamo a Cenci. Naturalmente i ragazzi di Terni hanno reagito nei modi più svariati alla presenza della misteriosa muta, dandole nomi e sperimentando ciascuno, ogni giorno, i più diversi comportamenti nei suoi confronti. Da questi incontri è nata una sorta di silenziosa storia parallela alle altre attività del campo, che forse più di altre ha messo in luce quanto il tessuto di ogni narrazione nasca dall'intreccio tra i fili dei nostri comportamenti e i fili delle paure e delle aspettative che vengono dal carattere e dal destino di ciascuno di noi. Ha messo in luce quanto una presenza altra possa modificare ed arricchire un contesto di relazioni apparentemente cristallizzate, come sono quelle che spesso si creano negli spazi della scuola. A me, personalmente, oltre alle domande mute di Chiara, l'animo trikster delle animatrici mi si è rivelato la penultima notte. Da diciotto anni propongo a bambini, ragazzi e adulti che arrivano a Cenci un percorso nella natura che inizia sul far della sera. Dopo una esplorazione silenziosa del bosco, all'arrivo dell'oscurità racconto un mito intorno al fuoco. Poi, circondati dalla presenza silenziosa di alberi neri, cerchiamo nel buio una via per il ritorno a casa. In tanti anni non c'è stato percorso che non ci abbia in qualche modo stupito, attivando la nostra attenzione verso il mistero del bosco di notte. Ma in quelle notti di maggio le animatrici trikster, aprendo una nuova pista di ricerca che ha poi avuto esiti di grande interesse, decisero di dividere le classi ospiti di Terni per genere: la prima notte i maschi, la seconda le femmine. Non avendo mai sperimentato questa divisione nell'azione del bosco ho preso la cosa con qualche timore e con grande superficialità. La prima notte, con i maschi, tutto bene. C'era qualche differenza, naturalmente, rispetto ai gruppi misti a cui ero abituato, ma più che altro si trattava di una assenza. La seconda notte invece, fin dal primo momento, trovandomi nella paradossale situazione di dover condurre un gruppo di bambine, ragazze, animatrici e insegnanti che erano lì come donne, ho sentito fin dalla salita nel bosco una diversità di presenza a cui, nonostante sia passato del tempo, non so ancora dare un nome né precisione di contorni. E' successo poi nella notte che, al momento del racconto del mito, sentissi repentinamente mutare molte cose intorno a me. Così la mia versione della storia di Orfeo, che è storia di amore e desiderio, di confronto con la morte, di prova ardita e di sconfitta di un uomo, pur avendola narrata innumerevoli volte, nel finale si è trasformata mio malgrado. Per anni avevo concluso la narrazione nel momento in cui Orfeo, dopo la sconfitta dell'incontro mancato con Euridice, si reca in solitudine a ritrovare l'alba e a cantare l'origine del mondo. Ma quella notte, necessariamente, al di qua di ogni decisione cosciente, alla fine del mio racconto è apparsa un'altra versione del mito: quella in cui il corpo di Orfeo finisce dilaniato e sbranato dalle Baccanti. Dopo quel racconto, così modificato, la strada del ritorno è stata assai più difficile del solito e ho incontrato non poche difficoltà nell’aiutare il gruppo ad uscire dal bosco. La ricerca di Cenci è sempre stata fortemente legata alle qualità e ai caratteri dei singoli animatori. Quando proponiamo un percorso di avvicinamento alla natura chiediamo ai partecipanti - ed a noi stessi in primo luogo - di scoprire qualcosa di sè. Quella che cerchiamo è una educazione all'ascolto, all'apertura, alla presenza; e sempre di più sento che questa ricerca di apertura non possa esserci in mancanza di una sorta di educazione alla vulnerabilità. Nella notte delle donne nel bosco dentro di me si è creata una frattura e questo ha creato ostacoli al gruppo nella via del ritorno, di cui sentivo il peso e la responsabilità. Eppure, anche se è difficile, penso sia giusto mostrare le nostre fragilità e difficoltà nell'atto dell'educare. Ancor più se abbiamo la pretesa di educare alla ricerca di collegamenti arcaici e primari con il mondo della natura selvatica che, come ben sappiamo, è presente nell'oscurità della notte e nel bosco, ma anche nel corpo e nella memoria profonda di ciascuno di noi. Quell'esperienza mi ha insegnato che una storia e un’azione, anche se proposta infinite volte, ci può sempre riservare sorprese e non bisogna mai cessare di interrogarla. Mi ha insegnato che è assai diverso narrare una storia a un gruppo di uomini o narrarla a un gruppo di donne e mi ha fatto toccare con mano quanto profonda sia la diversità della presenza femminile nella natura. Su questo ho solo domande aperte. Domande per le quali sono grato alle ragazze e alle insegnanti di Terni e, naturalmente, alle animatrici trikster che hanno teso all'incerto percorso della mia ricerca una trappola imprevista in una notte tiepida di maggio. >> altre pubblicazioni |