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Come lavoriamo

Teatro clandestino a Cenci

di Silvia Bombara e Barbara Romano
in Vento che canta, a cura di Silvia Bombara e Margherita Vagaggini, 2000.

Invece che di educazione preferiamo parlare di azione educativa, intendendo con ciò la possibilità di creare spazi e contesti che permettano di "dare espressione" alle esperienze radicate nella storia di ciascuno.

La libertà e la creatività nascono dalla consapevolezza dei propri limiti, che sono dinamici ed aperti al mutamento e qualunque processo di creazione dipende dall’accettazione di essi comportando, come naturale conseguenza, un ampliamento delle capacità percettive e motorie.

La sperimentazione di tecniche artistiche anche molto diverse fra loro offre ai partecipanti la possibilità di scoprire il proprio potenziale creativo e di esprimerlo nel contesto più favorevole.

Il processo artistico nelle sue varie forme - come quello artigianale - è qualcosa che riguarda più la trasmissione dell’esperienza e il saper fare che il prodotto artistico; è un processo incentrato più sul “come” che sul “cosa”: ognuno cerca di raccontare di sè attraverso le cose che sa fare.

Se l'arte è lo strumento, il primo spazio educativo è per noi la natura: contesto privilegiato in cui sviluppare quell'intelligenza intuitiva che da sempre lega i nostri corpi e i nostri sensi ai cicli naturali, al cielo, alla notte, al vento, al bosco e alle dimensioni mitiche che i racconti della nostra e di altre culture evocano.

La pratica del campo scuola

In viaggio

Nasce un campo scuola e i bisogni primari che ci accomunano sono l'acqua per poter bere, il fuoco, il cibo, il riposo.

L'assolvere queste mansioni insieme ci porta in una situazione primitiva, originaria, dove ognuno assume il proprio ruolo e le responsabilità connesse e dov'è possibile scoprire nuove modalità di relazione… Il cerchio della vita si riproduce nella sua continuità, essenzialità e fantasia.

Per tutti, equipaggio, passeggeri, capitano, nave, è un viaggio importante.

La diversità di ciascun membro dell'equipaggio è alla base delle difficoltà nello svolgere le varie mansioni e nell'educarci ad uno scopo comune.

Affidarsi alla barca e al capitano per mantenere una rotta chiara tenendo conto della forza del vento, delle correnti, ascoltando gli insegnamenti delle forze che ci circondano.

"…E' questa barca che vola…è questo scoglio che affiora…" - grida la vedetta dall'albero - e dalla prua si diffonde un messaggio…

Il capitano ha una nuova rotta. L'equipaggio lavora perché la direzione continui ad essere chiara.

Le manovre sono poche, precise e nel silenzio, così da permettere la virata.

Il tempo è relativo, solo dopo aver schivato lo scoglio, riascoltiamo il suo scorrere.

Qualcosa di nuovo è accaduto, qualcosa è stato sacrificato.

Il capitano, la barca, i membri dell'equipaggio, la loro consapevolezza e la libertà di una responsabilità esclusivamente personale si trasformano in preziosa moneta comune di scambio.

La metafora del viaggio, della nave, di una rotta da seguire sembra calzante per raccontare un’esperienza così breve, ma così totale ed intensa, come quella di un campo scuola.

Una piccola tribù (il gruppo degli operatori, ma anche persone che "osservano", persone che si occupano della cucina, ospiti, il nostro amico fotografo…) si prepara ad incontrare ed ospitare un'altra tribù più numerosa (il gruppo-classe con gli insegnanti) insieme alla quale intende intraprendere un'esperienza, un piccolo sentiero di conoscenza, un'avventura della durata di cinque giorni e quattro notti.

Ero molto emozionato: quando sono arrivato ci hanno fatto una bella accoglienza, ci hanno fatto bere l'acqua di una sorgente e poi abbiamo camminato cantando fino alla casa.
Victor, 11 anni

Durante il momento dell'accoglienza, che gli animatori iniziano a preparare un giorno prima dell'arrivo delle classi, i due gruppi, che sono stranieri gli uni agli altri, fanno un cerchio per conoscersi, guardarsi veramente per la prima volta, e si definiscono per quello che sono, cioè diversi.

Scambiano ciò che hanno portato con sé, un nome, una storia personale, una domanda, a volte un canto o un passo di danza.

E' questo il tempo dello spreco, del baratto di cose apparentemente inutili che hanno il solo scopo di stabilire la relazione, di aprire un canale e anche il primo passo verso un piccolo, sconosciuto universo che si andrà ad esplorare insieme.

Tutti questi accorgimenti mi sono stati molto utili, per convivere con i miei compagni, per accettare una persona per quella che è e non per quello che vorrei che fosse. Credo, quindi che questa attività sia servita molto alla socializzazione e al rapporto con gli altri. Oltre a questo ognuno di noi ha imparato a conoscersi attraverso le avventure: io mi sono scoperta paziente e controllata. Credo che ora il rapporto tra noi sia più aperto, ci diciamo più cose, ci vergognamo di meno, ma soprattutto sappiamo accettarci. Insomma abbiamo imparato a convivere.
Elena, 11 anni

La preparazione di un campo scuola, inizia per noi con la scelta di una metafora, ossia di un tema che definirà, nel tempo, la direzione del lavoro.

Temi come il porto, la festa gitana, il viaggio, il Monte Analogo, Macondo, l'isola delle Maschere favoriscono nei ragazzi un'adesione alla proposta educativa attraverso l'immaginazione ed il linguaggio del gioco, ma anche attraverso attività molto concrete e presenze reali di oggetti, costruzioni, personaggi.

Durante il campo scuola sul porto costruimmo, con due classi di quinta elementare, una vera nave di legno lunga dieci metri sul limitare del prato, con tanto di vele, ormeggi, ponte e timone. Ottanta canne da fiume furono tagliate, pulite e piantate nella terra a formare lo scafo. Sotto il sole cocente un cantiere di bambini e bambine a torso nudo si affaticavano per completare il giocattolo più serio che avessero mai costruito in vita loro. Un piccolo gruppo intanto fabbricava una panchina di mattoni vicino alla casa, sul "molo"; un altro risaliva la collina per depositare proprio sulla cima una lanterna accesa che di notte sarebbe divenuta la luce del "faro".

Così il prato verde si trasformò ben presto in mare increspato dal vento, noi in marinai, la casa in un porto da cui salpare …

Mi è piaciuta quest'avventura perché siamo stati molto uniti e ci siamo aiutati a vicenda.
Claudia, 11 anni

... mi è piaciuto perché gli animatori ci hanno fatto capire che bisogna affrontare qualsiasi momento con serenità e serietà.
Chiara, 11 anni

Vi è nell'utilizzo della metafora anche il tentativo di creare uno spiazzamento iniziale che allontani i partecipanti dai propri comportamenti abituali, primi nemici dell'espressione creativa.

E' per questo che una delle prime cose che facciamo è chiedere loro di lasciare tutti quegli oggetti che la tecnologia ci ha reso indispensabili come, orologi, videogames, radio, cellulari; un gesto - concreto e simbolico insieme - per attivare un tempo “altro”, continuo, regolato non da lancette ma dai nostri bisogni e dal corso del sole, dal giorno e dalla notte.

Ma cosa accade realmente in questi cinque giorni e quattro notti?

"Il mattino ha l'oro in bocca" dice un antico proverbio che ci insegna l’importanza di curare l’ inizio delle cose che facciamo. Così, con gli occhi ancora appiccicati ed i corpi intorpiditi dal sonno comincia il nostro primo momento di lavoro con quello che chiamiamo il risveglio: semplici automassaggi guidati ed esercizi per svegliare insieme mente e corpo.

Arrivano i primi profumi dalla cucina: latte caldo, caffè, pane burro e marmellata… è la colazione. Poi un canto, un suono, un richiamo a segnalarci l'inizio delle attività.

In piccoli gruppi ci prepariamo ad ampliare le nostre capacità percettive e le capacità di reagire a ciò che avviene fuori e dentro di noi, poiché "ogni atto creativo comporta una rinnovata innocenza nella percezione" (A. Koestler).

A questo fine, i partecipanti vengono guidati per circa un'ora al giorno in un training fisico: un allenamento del corpo- mente ad essere presente, attento, ad imparare non solo a "fare" qualcosa, ma semplicemente a stare in un luogo, come un uccello appollaiato su di un ramo, immobile per ore, gli occhi vigili e tranquilli che comprendono il tutto. Osservo, ascolto, percepisco…

Ogni volta che un gruppo nuovo arriva a Cenci, più che essere ospitato si può dire che, per quei pochi giorni, ne prenda possesso in tutto e per tutto, cercando di averne cura, farla vivere ed animarla a partire da atti pratici e concreti.

La vita comunitaria, da villaggio, necessita di alcune regole fondamentali di convivenza, di rispetto - verso gli altri e la natura che ci circonda - e dell'apporto di tutti nello svolgere le mansioni quotidiane.

Prima la classe era divisa in gruppi invece al campo scuola ognuno aiutava o anche provava ad aiutare un suo compagno in difficoltà. Gloria, 11 anni

Facciamo attenzione a non sprecare l'acqua dei pozzi quando ci laviamo, organizziamo carovane verso la fonte dove l'acqua è pura e fresca. Organizziamo gruppi che preparino il cibo per tutti, che si inventino, ad ogni pasto, un modo diverso e speciale di mangiare insieme: forse sotto un albero o sul tetto della casa. Costruiamo spazi di gioco e di lavoro - senza nuocere al bosco - raccogliamo e trasciniamo slitte cariche di legna per il fuoco che ci scalderà la notte.

Le chiamiamo mansioni.

Insieme ai ragazzi proviamo a fare, di queste attività necessarie, piccoli rituali che si ripetono ciclicamente, con gesti e modalità tese a minimizzare lo sforzo, a rendere efficace e piacevole il compito e a porre una certa attenzione laddove per abitudine si tende ad operare in modo inconsapevole.

Ho scoperto che giorno dopo giorno incominciavamo ad avere delle cose in comune e ci sentivamo affiatati e forti perché facevamo delle attività insieme.
Elisa, 11 anni

Nel pomeriggio altri piccoli gruppi si riuniscono nei laboratori.

Isole dove vengono sperimentati ritmi e danze provenienti da culture differenti. Città nelle cui strade si esplorano le possibilità di fare teatro. Villaggi in cui piccoli alchimisti giocano a trasformare gli elementi della natura. Rioni di musicanti, quartieri di giovani poeti che ragionano sulle connessioni tra corpo e parola e altro ancora.

I laboratori costituiscono un momento intimo, prezioso, per approfondire ed osservare i processi individuali dei ragazzi e delle ragazze, per dare spazio alle singole personalità e osservarne le reazioni, per far emergere le difficoltà individuali, i rifiuti, le chiusure, per tentare di accogliere le differenze e risolvere - quando è possibile - sentimenti di esclusione o di inadeguatezza in rapporto al gruppo.

Dopo questa esperienza ho capito che le persone, per conoscerle bene, devi parlarci molto e non bastano i cinque minuti della ricreazione.
Andrea, 11 anni

Musica e canti scandiscono il ritmo del giorno, accompagnano i confini tra le attività ed il riposo, animano i nostri cerchi quando il richiamo del tamburo o di altri strumenti radunano la tribù per cominciare qualcosa insieme.

Cantare insieme è una delle cose più semplici e meravigliose del mondo. E' come parlare, ma attraverso note musicali.

Un registratore portatile non è altrettanto generoso nello scambio; a volte i ragazzi lo intuiscono e si lasciano trascinare da questo modo di fare insieme musica, con suoni e parole cantabili in qualsiasi momento se ne abbia voglia; altre volte capita che corrano appena possono ai loro walkman nelle stanze, ritornando ad un tipo di ascolto più familiare, alle canzoni di tutti i giorni.

Ad un livello più profondo, per noi molto importante, l'apprendimento di un canto passa attraverso una fase tecnica di lavoro preliminare. Riguarda la sua struttura ritmica e la possibilità di adattarla al respiro, all'emissione della voce, alla postura del corpo, fino alla scoperta dell'impulso interiore che permette di ricercare una qualità vibratoria del canto, e anche il suo universo emozionale (l'intenzione, l'ascolto, la direzione del canto).

…prima non mi piaceva cantare ma adesso da quando mi hanno insegnato molte canzoni belle, le canto ogni giorno.
Giorgio, 11 anni

Il cambio di luce ci avverte della notte che arriva. Dopo la cena si cerca un modo per concludere insieme la lunga giornata. Ci si veste pesanti per una camminata notturna a costeggiare il bosco improvvisamente misterioso e penetrante, ad osservare un cielo pieno di stelle che ci rimanda ad una dimensione cosmica della nostra presenza sulla terra.

Percorriamo un sentiero camminando in fila indiana, cercando di affidarci nel buio della notte a chi è davanti a noi nella fila. Concentriamo il nostro ascolto sui rumori della natura e la nostra attenzione su piccoli cambiamenti di luce che la notte sa regalare, passando da un prato, a una macchia, a un bosco.

Uno dei momenti più difficili è stato l'attraversamento del bosco di notte.
Chi guidava era Franco, uno degli animatori.
Attraversando il bosco di giorno, verso il tramonto il bosco aveva tutto un altro aspetto. La notte l’ abbiamo aspettata sotto un albero che tenevamo quasi sulla parte delle radici e cercavamo di capire quello che ci voleva dire, aspettando l'arrivo della notte e delle stelle.
Arrivata la notte Franco ci ha raccontato il Mito di Orfeo e Euridice mentre il fuoco era acceso e ci scaldava.
Ritornando verso la casa abbiamo ripercorso la strada di prima.
Tutti ci tenevamo per mano e camminavamo lentamente senza vedere i compagni di dietro e di davanti.
Le spine ci bloccavano, i sassi ci impedivano di continuare, il fango ci faceva cadere.
Eleonora, 11 anni

Ci hanno detto che dovevamo essere come invisibili, non dovevamo spostare i rami, ma passargli in mezzo, perché l'uomo ogni volta che trova una cosa strana cerca di far diventare quel luogo più simile al suo.
Non solo gli occhi ci fanno vedere, ma anche i piedi.
Simone, 11 anni

A meno che la notte non abbia inclinato verso la danza.

Invitiamo ragazzi e ragazze a vestirsi "in un certo qual modo", diversi dal solito, qualcosa di particolare addosso perché dalla sala comincia a sentirsi una musica popolare ed un siciliano con cappello si presenta alla fila dei "masculi" ed alla fila delle "fimmini" per guidarli in una festosa quadriglia: danza dell'incontro, degli inchini, degli sguardi incrociati.

Oppure incalzano ritmi, canti e musiche del Sud contadino, e con i ragazzi esploriamo movimenti di danza e strutture di ballo codificate in antiche tradizioni orali, atteggiamenti e valori di mondi molto lontani nel tempo.

Per me è stato un momento bello perché ho provato varie sensazioni e tra queste c'era la paura ma contemporaneamente il coraggio e lo spirito di avventura e anche perché questa esperienza mi ha insegnato a reagire con il mio corpo a provare curiosità perché non sapevo come sarebbe andato a finire ed è stata una cosa che non ho mai pensato di fare.
Lucia, 11 anni

La quadriglia o il sentiero o altre strutture di movimento sono divenute col tempo vere e proprie azioni, dopo essere state a lungo sperimentate e ripetute tra di noi e con i ragazzi.

I diversi percorsi, alla fine del campo scuola, cerchiamo di farli convergere verso un’ unica azione corale.

Poiché ognuno dei gruppi di lavoro ha un po' la voglia di raccontarsi e mostrare che cosa ha scoperto, quali nuove abilità o parole o luoghi sconosciuti ha incontrato, allora ci piace dedicare il quarto giorno del campo e l'ultima sera a mettere insieme i piccoli "pezzi" che ognuno ha raccolto: i canti, le danze, le scoperte dei laboratori, i luoghi visitati.

Costruiamo una lunga sequenza, un montaggio di azioni che diventa come un lungo spettacolo di cui si è allo stesso tempo attori e spettatori, una carrellata di immagini in movimento. Lavoriamo affinché quest'ultimo incontro riconduca - come in un film alla moviola - ai giorni passati.

La parola inglese rendering chiarisce bene questo concetto di "rendere", restituire a se stessi e agli altri ciò che si è fatto, ma è anche un momento, seppur strutturato, che lascia spazio all'improvvisazione del singolo, al nuovo e all'imprevisto, dove possono trasparire le potenzialità sopite di ognuno, quanto sappiamo osare.

E' difficile tentare di rendere con le parole il senso di qualcosa che è, prima di tutto, esperienza.

Esperienza di un incontro, esperienza di entrare in comunicazione veramente con gli altri in modi lontani dal quotidiano, esperienza di euforia, a volte di rabbia e paura, esperienza della solitudine e della comunione allo stesso tempo, della natura, del bosco di notte, del torrente dalle acque ghiacciate.

In quanto esperienza essa è mutabile, imprevedibile, in balìa del luogo che cambia, del tempo che cambia, della metafora capricciosa, delle sempre nuove combinazioni tra affinità e differenze nei team degli operatori; in balìa soprattutto del gruppo che qui sceglie di sostare: con le sue dinamiche, la sua energia, la capacità di ogni singolo ragazzo e ragazza di accogliere e trasformare liberamente gli stimoli che cerchiamo di offrire.

Non esiste un campo scuola uguale ad un altro, come non esiste alcun tipo di resoconto verbale sufficiente di per sé a svelarne ogni sfaccettatura.

C'è ancora tutto un regno inesplorato: il regno di ciò che non si può raccontare, di ciò che è successo dentro e resta a livello di emozioni, sensazioni, acquisizione inconsapevole, tacita comprensione e condivisione.

Tutto ciò forse resterà, per qualche tempo, sui volti e negli sguardi di chi, tornando a casa, spesso non trova le parole per rispondere ad amici e genitori alla domanda più semplice e più difficile: "cosa hai fatto in questo campo scuola?".

Di certo appare negli occhi dei ragazzi e delle ragazze che stanno per salutarsi prima di salire sul pullman, che li aspetta vicino al piccolo ponte, per portarli alla stazione di Orte dove 5 giorni prima li aveva prelevati.

In quel momento, tutti un po' commossi, ci si guarda negli occhi e gli uni sembrano dire agli altri: "senti... io e te non ci conoscevamo proprio... ti rendi conto di quello che abbiamo fatto insieme?".

Abbiamo trascorso cinque giorni tutti insieme e ho avuto motivo di conoscere meglio i miei compagni, c'erano molte cose da fare e ognuno le ha superate in modo diverso. Ho conosciuto meglio i loro caratteri, qualcuno che pensavo fosse forte ho scoperto che è invece molto sensibile. Ho trovato in ognuno di loro un lato positivo e uno negativo e dopo questa esperienza sono veramente più legata a tutti loro.
Lucia, 11 anni


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