A sei anni di distanza, una ragazza di Cesena racconta di un camposcuola fatto con la sua classe quando era una sedicenne…
Il denominatore comune della nostra esperienza è stato lo stupore, che ha volte ha assunto i caratteri di una divertita osservazione di strani personaggi con ancora più strane abitudini, a volte ha raggiunto la vera e propria indignazione… una gita al cardiopalma, ad occhi spalancati, se la dovessi riassumere con un’unica espressione! La prima cosa che ho notato, mettendomi a ripensare e a scrivere per raccontare i miei quattro giorni a Cenci è che, a distanza di 6 anni, ancora non li riesco a rielaborare come qualcosa di solo ‘mio’, ma subito ripenso alla sensazione globale della mia classe, a episodi coi miei compagni, allo scombussolamento che ha creato sia dentro di noi che nelle nostre relazioni sin dai primi minuti, dall’arrivo di Ruben che dopo averci accolti ci ha invitati a partire a piedi! Che facce! Tutto incredibile per noi, tutto assurdo per me che senza scooter non sarei nemmeno uscita di casa… Prima di partire la prof. Brunelli aveva lasciato una grande aura di curiosità e noi sapevamo solo che avremmo trascorso 4 giorni in una casa, ma non ci aveva mica detto che avremmo dovuto camminare così tanto! La prima sensazione è stata: STANCHEZZA. La seconda, immediatamente successiva, sensazione è stata di UNIONE, tendevamo a formare una sorta di schieramento per difenderci insieme da tutto quel ‘nuovo’... cercavamo le nostre mani, facevamo piccoli gruppi per non lasciarci ‘portare via’ insieme alle nostre certezze, a quello che rappresentava il nostro mondo. A pochi minuti dall’arrivo nella casa, siamo stati invitati a depositare sigarette, orologi e, addirittura, cellulari! Ricordo nitidamente un cestino al centro del cerchio formato da sicuri e spavaldi 16enni che si vedevano privati delle loro ‘armi’, perplessi, interdetti, anche un po’ indignati, come avevo preannunciato, e indispettiti… Chi lasciava tutto senza problemi, chi invece tratteneva con forza le sue cose... nel silenzio ogni tanto voleva nel cestino qualche pacchetto che era rimasto in tasca. “Le sigarette no, eh..!”… “E gli orologi, ce li ridanno?”… “Chissà dove li metteranno… e se ce li fregano?” Ricordo una sensazione fisica mia di fastidio e paura, un leggero brivido... mi sentivo ‘nuda’. A quel punto Franco, un altro dei ragazzi, si è messo al centro del cerchio con un lungo bastone in mano e ha iniziato a girare velocissimo, per farci indietreggiare o avanzare, creando un cerchio perfetto, tutti equidistanti da lui, vanificando il mio tentativo di nascondermi un po’ dietro a Lorenzo, il mio amico. La terza sensazione è stata: SHOCK. Quando ci hanno lasciati rientrare nelle camere eravamo disorientati e un po’ delusi, a dir la verità. Avevano addirittura separato maschi e femmine! Abbiamo iniziato a confrontarci e a fare paragoni con le altre gite… “Ma guarda dove ci ha portati”… “Io quattro giorni con questi pazzi non li passo, adesso chiamo a casa e mi faccio venire a prendere”. Nel nostro immaginario prima della partenza doveva essere un po’ la casa dei balocchi, ci eravamo riforniti segretamente di patatine, bottiglie varie, stereo ecc. e invece ci ritrovavamo stanchissimi e obbligati a fare cose incomprensibili. Con queste emozioni che serpeggiavano un po’ nel gruppo, durante le prime attività non ci lasciavamo andare molto: i ragazzi ci invitavano semplicemente a riprodurre insieme una sequenza di suoni (che non sapevamo ancora per quanti anni ci avrebbe accompagnati!), a battere un tempo... ‘dum ke dum dum ke’... noi ridevamo tra noi, li deridevamo a dir la verità, ci sembravano cose da bambini, ridicole, prive di senso. Eppure cominciavamo a subire certo fascino e, seppure ancora molto dubbiosi, li seguivamo… A noi quei ragazzi sembravano folli, eppure le nostre sicurezze categoriche, il nostro rifiuto iniziale si stava trasformando in punto di domanda. Lì, a suon di ‘dum dum ke’, si sono cominciate a rompere un po’ di barriere e abbiamo cominciato,finalmente, a giocare. La sera, divisi in maschi e femmine, abbiamo iniziato due percorsi che si saprebbero compenetrati poi con il percorso che invece facevamo tutti insieme: noi ragazze nel bosco, i ragazzi in palestra ad imparare una canzone. Abbiamo iniziato ad ambientarci, a fidarci, ad assaporare l’atmosfera un po’ suggestiva che avrebbe accompagnato tutte le serate a Cenci. I giorni seguenti eravamo più disponibili, si sono creati i primi dialoghi con i ragazzi, i primi scambi, i primi racconti… La casa tutto sommato non era male, potevamo fumare nelle pause e non ci sentivamo né giudicati né lodati (a quell’età era uno strumento di affermazione fortissimo), e le attività che ci venivano proposte ci divertivano e ormai ci incuriosivano davvero… aspettavamo con ansia il cerchio e il ‘dum dum ke’, tessevamo il nostro tappetino, cantavamo. Questo stancarci giocando e soprattutto la decontestualizzazione di noi rispetto alle nostre abitudini ci legava agli altri in un’esperienza nuova.Tensioni, diversità, antipatie erano stemperate, distratti e impegnati com’eravamo a dare un nome e una dimensione a quello che ci succedeva quotidianamente, dalla ginnastica del mattino, alle pause del ‘tempo per noi’, alle passeggiate in palestra cercando di occupare gli spazi, al ‘four-corners’, e a quello che ci succedeva al di fuori delle attività: le nostre bottiglie sequestrate poi messe a tavola per tutti, i ‘grandi’ che ci chiedevano le sigarette, facendoci capire che c’era un tempo per tutto. Non capivamo, da piccoli invincibili come ci sentivamo, ci vedevamo continuamente dribblati, ‘sconfitti’ e rimessi in gioco, e la nostra opinione cambiava continuamente. Alla fine dell’esperienza alcuni rapporti all’interno della classe erano cambiati, le occasioni per conoscersi erano state tante, soprattutto per conoscere le parti un po’ più indicibili e tenute nascoste degli altri, quelle che ci facevano (chissà poi perchè) vergognare, come lasciarsi divertire da un girotondo. Alcune tensioni, differenze, intolleranze sono rimaste, altre si sono ricreate nel tempo per svariati motivi. Di certo Cenci non è stato un miracolo per tutti noi, non so esattamente come saremmo stati senza questa esperienza, però di sicuro Cenci è il nostro segreto, nessuno di noi riesce a non sorridere ripensandoci, a non unirsi al coro di un ‘Aciai’ o di un ‘Cosisikaleli’, e nessuno a cui lo racconteremo potrà capire esattamente: è un’esperienza ‘nostra’. Per quanto riguarda l’effetto-Cenci sulla mia vita, è stato l’inizio di una svolta, riconosciuta a dire il vero solo qualche anno dopo. È stato l’istante zero del mio un po’ travagliato percorso personale in una nuova direzione, fisicamente molto vicina ma significativamente separata rispetto a quello che era un incedere un po’ vuoto e frenetico; una reinterpretazione di me stessa cercando di recuperare e tenere stretti gli indimenticabili ‘mio tempo’, ‘mio ritmo’, ‘mio spazio’ che solo un approccio così anomalo, in grado di aggirare gli ostacoli e di arrivare dritto al centro utilizzando un linguaggio talmente strano e diverso da obbligare chiunque a sforzarsi di capire, ha potuto imprimere con tutta quella forza nella mia memoria, aiutandomi a riconoscere i momenti e i modi in cui il mio tempo e il mio spazio mi vengono portati via, e a riprendermeli! Laura, 22 anni>> altre testimonianze |