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Cosa può cercare un educatore nel teatro

Una possibile analogia tra i processi dell’attore e quelli dell’educatore

di Gerolamo Minasi
in L’educazione sostenibile. Eco, a. XXIII/83, gennaio 2001, n.1, pp. 20-21.


Il tramonto di Luca

Luca, un bambino che ho incontrato durante un campo scuola, non aveva mai visto l’alba.

Dormiva con i suoi compagni. Lo svegliammo con il suono di flauti e campanelli. Le stanze erano leggermente illuminate da candele. Mi avvicinai al suo letto mentre si stava rigirando per tornare nel sonno e gli sussurrai: “Sveglia, andiamo ad un appuntamento e non possiamo tardare. Ti aiuto a vestirti”.

Seguendomi fuori dalla casa imbambolato, Luca continuava a dormire. Rivolti tutti verso un punto che indicava l’est, aspettavamo. Il colore della luce diveniva sempre più chiaro.

Luca si svegliava lentamente. Quando un pezzettino del disco solare fece capolino dietro alla collina, aprendo finalmente gli occhi, mi confidò a bassa voce:

“E’ bellissimo ! E’ il tramonto più bello che abbia mai visto!”

Silenzio…

Stavo per correggerlo: “Ma no, sciocchino, non lo vedi? Questa è l’alba, ti sei confuso”.

Silenzio…

Mi chiedevo come fosse possibile un errore percettivo del genere.

Per fortuna gli sussurrai, piuttosto: “E’ vero, è bellissimo”.

Perché intanto mi era accaduto di pensare che avrei potuto anch’io, senza danno, aspettare il giorno come se fosse la notte che stava arrivando, meravigliarmi di ciò che può accadere.

Il sole saliva ed io guardavo Luca sempre più assorto.

Poi, all’improvviso mi domandò: “Ma se continua a salire vuol dire che questo è un inizio e non una fine?”

Avrei voluto trovare una risposta che non desse niente per scontato.

Per fortuna non me ne diede il tempo.

“Ma se questo è l’inizio”, aggiunse, “vuol dire che non c’è veramente una fine…!”

“Buona alba, Luca!”

Se avessi parlato perché sapevo già, ti avrei privato del processo che stavi osservando, del tuo sguardo e del tuo diritto di costruire da te un pensiero logico.

Eppure è vero, quello del sole è un ciclo e non ha fine.

Da più di sei anni faccio parte del gruppo di formazione permanente Dulcamara che ha sviluppato il progetto “L’arte e l’educazione come intervento nella natura”e propone campi scuola nella Casa Laboratorio di Cenci e in altri luoghi. L’incontro, all’interno di questa esperienza, con artisti appartenenti alla tradizione teatrale che ha radici in Stanislavskij e nella pedagogia per l’attore sviluppata da Grotowski, mi ha spinto a ricercare le possibilità d’intreccio tra il processo creativo e quello educativo. Vivere una relazione intensa di scambio con persone che attribuiscono grande rilevanza alla questione educativa nei modelli di trasmissione delle tecniche espressive e che danno all’arte teatrale la funzione di veicolo attraverso cui l’attore e lo spettatore entrano in contatto con il proprio processo personale e umano mi ha consentito di scoprire che sono possibili molte analogie fra il percorso di formazione di un attore e quello di un educatore.

L’arte di un attore, infatti, consiste nella capacità di creare azioni che facciano vivere un personaggio. Queste azioni saranno tanto più organiche ed efficaci quanto più egli sarà in grado di integrarle in un’esperienza psicofisica personale, cioè quanto più maturerà una corrispondenza tra il piano immaginativo, quello dell’azione ed il suo vissuto, capace di generare, in chi lo sta osservando, un livello profondo di comunicazione.

In questo gioco, l’attore sperimenta, nella sua ricerca del personaggio, atti creativi che possono offrirgli l’opportunità sincera di accedere a territori di espressione di sé ancora sconosciuti, a luoghi della conoscenza umana offerti dalla ricchezza e dalla varietà che l’esperienza esistenziale assume nel mondo. In altre parole, il suo processo artistico coinciderà con lo sviluppo delle possibilità di espressione di sé e con la crescita personale. Ne è prova il fatto che l’attore non consapevole della differenza tra il suo modo di immaginarsi in azione nello spazio scenico, il suo vissuto e quello percepito dal suo pubblico, vivrà questa non corrispondenza di immagine come una ferita narcisistica, come qualcosa che minaccia l’immagine che di sé si è costruito.

Il teatro può, dunque, essere un mezzo per esperire la flessibilità dei nostri limiti espressivi e conoscitivi. Ci consente, inoltre, di vivere, in una situazione protetta di ricerca, la ribaltabilità del punto di vista, i cambi di ruolo e di contesto a cui tentiamo di sottrarci nella quotidianità.

E l’arte di un educatore?

Se consiste nel creare condizioni e contesti che permettano a una persona di esplorare, conoscere, esprimersi e comunicare, queste possibilità e questi contesti sono, nella mia esperienza, tanto più efficaci quanto più l’educatore è in grado di aderirvi, integrandoli in un esperienza personale.

Molti insegnanti attribuiscono al contesto in cui si trovano a svolgere la loro funzione la causa della loro difficoltà a creare una relazione educativa efficace. L’aula, l’edificio scolastico, nell’immaginario di questi insegnanti, divengono un impedimento strutturale perché, a mio avviso, esiste ancora una difficoltà diffusa nel comprendere che un contesto non è un luogo di per sé, ma un sistema i cui elementi sono in grado di costituire un piano simbolico funzionale a qualcosa o a qualcuno. L’aula, la scuola sono contesto di esperienze se le persone le vivono come spazio tempo individuale e di gruppo, finalizzato all’apprendimento e allo sviluppo. Solo se sono luogo di integrazione e crescita necessario a ciascun elemento del sistema, compresi i banchi, le sedie, i muri, gli oggetti di arredamento, possono svilupparsi e trasformarsi, e ciascuna trasformazione causerà modificazioni in tutti gli altri elementi del sistema.

Sul palcoscenico questo appare chiaro ad uno spettatore. Pur essendo limitati su un quadrato di legno, gli attori e le attrici, attraverso i loro corpi in relazione e le loro voci, attraverso piccole modificazioni sceniche e di luce, riescono a vivere e a creare macroscopiche modificazioni nella percezione di uno spazio.

Perché questo sia possibile però, l’attore, come l’educatore, hanno bisogno, io credo, della consapevolezza del limite, della grande importanza che il limite può assumere nella nostra esperienza quando siamo in grado di integrarlo e cercarne le potenzialità.

Come un attore trasformerà lo spazio scenico solo quando avrà integrato nella sua esperienza il limite dello spazio reale in cui si muove, così un educatore rende contesto educativo uno spazio solo quando è in grado di entrarvi in rapporto integrandolo come un limite dinamico e in trasformazione, rendendolo fruibile e modificabile dalle persone che lo vivono.

Naturalmente, con questo, non nego che la mancanza di spazi, così evidente nelle nostre scuole, abbia causato in buona parte l’insuccesso del sistema educativo nazionale.

Dico che è necessario mettersi in gioco, avvalersi di strumenti formativi molto precisi, tali da mantenere viva una condizione di ricerca. Se aperti alla percezione, alla relazione, all’ascolto di ciò che c’è, la corrispondenza tra il piano immaginativo, quello dell’azione ed il suo vissuto, come accade ad un attore maturo, ci consentirà un livello profondo di comunicazione con un “pubblico”, i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze incontrati nelle nostre proposte educative, che coglie immediatamente la minima discrepanza tra ciò che diciamo, ciò che facciamo e ciò che siamo. Il loro grado di immedesimazione nell’esperienza educativa che proponiamo dipende dalla sincerità con cui siamo in grado di aderire all’esperienza stessa. Là dove attueremo modalità di trasmissione che non permettono corrispondenza tra il piano cognitivo, immaginativo ed esperienziale, saremo, nella migliore delle ipotesi, ripresi o fischiati, come accade al cattivo attore. Dico nella migliore delle ipotesi, perché nella relazione con l’attore il pubblico ha nei fatti un potere che i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze non hanno. E’ raro che si consentano, di fronte ad un cattivo educatore o insegnante, soluzioni diverse da quelle di accettarne l’autorità, la presenza (e la violenza che ne deriva) o di cercare scorciatoie per sopravvivere. In entrambi i casi si verificherà una limitazione, piuttosto che un arricchimento, delle possibilità espressive ed esistenziali di una persona in crescita. La nostra inconsapevolezza avrà già minato la loro duttilità cognitiva, la loro capacità di apprendimento ancora fortemente legata all’esperienza. Attori pessimi, li avremo già forzati a definire a priori la relazione tra il conosciuto e lo sconosciuto che regola gradi differenti di libertà.

Credo che la rilevanza etica di questa responsabilità vada assunta pienamente da ciascun educatore che creda davvero nell’educare, una ricerca che ha radici profonde nella storia proprio come il teatro.

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